omerta[1]Il più delle volte lo Stato Italiano ed il legislatore, anziché essere espressione democratica di coloro che attraverso l’esercizio del voto determinano una maggioranza politica chiamata al governo del Paese, ci hanno abituato a comportamenti che tendono a trattare il cittadino quale suddito. Il concetto che ne deriva è che, appunto, il cittadino è tenuto alla puntuale osservanza delle norme, mentre lo Stato “se ne fotte” di quei precetti che pure ha contribuito ad emanare attraverso l’esercizio del potere legislativo, al pari delle dinastie Monarchiche. Tale scompenso è certamente da attribuire alla omissiva e dolosa inerzia anche di quegli organismi costituzionali e figure istituzionali e non (Parlamentari di opposizione, Sindacati, Stampa e Mass Media, etc.) che in questi anni, piuttosto che tutelare gli interessi dei cittadini, il più delle volte hanno piegato la loro attività a meri interessi di bottega.

 

Sembra, però, che nell’attuale Legislatura questo perverso meccanismo abbia trovato ferma opposizione da parte del M5S, in quanto movimento politico più attento e vicino alle problematiche del comune cittadino e delle famiglie in genere. Infatti fra le iniziative recentemente adottate a tutela del “bene comune” vi è l’inchiesta portata avanti dal Meetup5Stelle di Terracina in materia di Trattamento di Fine Rapporto (cd. T.F.R.) nel pubblico impiego: una posta contabile fisicamente assente, in termini di effettivo accantonamento, con pesanti riverberi su quelle che saranno le future pensioni dei lavoratori di tale comparto. Non a caso per i lavoratori dell’Amministrazione dello Stato, (Forze di Polizia ad Ordinamento Civile e Militare e Forze Armate Comprese), l’anzidetta posta contabile non viene trattata come accantonamento di salario differito, operazione viceversa obbligatoria per i lavoratori del privato, bensì come mera posta virtuale, tant’è denominata Trattamento di Fine Servizio (cd. T.F.S.). Eppure la mancata disponibilità del TFS, in termini di accantonamento, non può dirsi cosa di poco conto, visto il nefasto riverbero sulle future pensioni dei lavoratori della P.A., a far data dal 2022 in poi. Infatti, proprio sulla disponibilità del TFR anche per il pubblico impiego, il Legislatore nazionale, sin dal lontano 1996 (legge n° 335/95 – cd. Legge Dini”), intese strutturare la riforma del Sistema Previdenziale introducendo il nuovo meccanismo di calcolo degli assegni basato appunto sulla totalità dei contributi versati (sistema contributivo). Proprio perché assegno più povero rispetto al previgente sistema di calcolo “retributivo”, per l’appunto basato sull’80% degli ultimi stipendi, la novità introdotta dal legislatore con l’anzidetta Riforma previdenziale, vedeva, quale caposaldo della stessa, il decollo della previdenza complementare. Il meccanismo introdotto a decorrere da 1° gennaio 1996 riguarda i dipendenti pubblici che a quella data vantavano un’anzianità di servizio inferiore ai 18 anni. La stessa riforma, equiparando la P.A. al settore privato, introduceva quindi il TFR (giusto art. 2120 del Cod. Civ.), affinché l’accantonamento di tale posta contabile a titolo di salario differito potesse agevolare, da parte anche del dipendente pubblico, l’avvio della previdenza complementare previa adesione ai cosiddetti “Fondi pensione”. A distanza di oltre 16 anni dall’introduzione della Legge DINI (n° 335/95), la previdenza complementare nel comparto della P.A. non è mai stata avviata poiché lo Stato si è reso omissivo proprio nel rendere attuativo l’accantonamento della liquidazione come T.F.R. (nei termini di cui all’art. 2020 del Cod. Civ.) a favore dei dipendenti pubblici, disattendendo esso stesso, quindi, le norme che pure il legislatore nazionale aveva introdotto in tal senso. L’omissione applicativa delle norme in materia di T.F.R. da parte dello Stato, così come il silenzio complice delle opposizioni parlamentari, del Sindacato e dei giornalisti, celano la preoccupante verità che l’Amministrazione dello Stato sarebbe destinata a “Bancarotta” se volesse dare concreta attuazione al citato accantonamento. Allora ci si chiede come mai tale preoccupazione non sia stata riservata anche al comparto imprenditoriale, giacché obbligato a contabilizzare, ogni fine anno nei rispettivi bilanci, la posta di accantonamento del TFR a favore dei propri dipendenti. E’ di questi giorni il clamore mediatico lanciato da Bankitalia sulla Legge di Stabilità del Governo, allorché si manifesta preoccupazione circa la possibilità di inserire il TFR in busta paga dei lavoratori: provvedimento che, se consolidato a regime, provocherebbe un impoverimento delle pensioni complementari future. Difatti, lo smobilizzo del TFR maturando, a favore del solo comparto privato (e non già del pubblico impiego), inciderebbe negativamente sulla capacità della previdenza complementare di integrare il sistema pensionistico pubblico. Cosa dovrebbero dire allora i lavoratori dell’Amministrazione Statale, impossibilitati ad oggi a costruirsi la propria previdenza integrativa in totale assenza del T.F.R.? A questo interrogativo, ovvero alla conclamata OMISSIONE DI STATO, risponde per fortuna il M5S, attraverso una specifica interrogazione parlamentare presentata il 29 ottobre u.s. a firma dei deputati FRUSONE, NESCI, LOMBARDI e DI MAIO: interrogazione rivolta al Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione nonché al Ministro dell’Economia e delle Finanze . Il vulnus toccato dal M5S, proprio per l’eccellente lavoro d’inchiesta operato in tema di mancato decollo della previdenza complementare nel pubblico impiego, non si limita alla denuncia dell’anomalia, ma si pone come fattiva soluzione alla problematica anche attraverso l’applicazione di un consolidato principio della giurisprudenza, che per gli addetti ai lavori è noto come “disapplicazione della legge” e, nel caso in specie, di quella della riforma varata come legge DINI (n°. 335/95).

Tutti gli altri dolosamente tacciono.