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Un mix complesso e variegato di mafie tradizionali, colletti bianchi e delinquenti locali. Boss in grado di reinvestire il denaro di Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta. Nel Lazio si è radicata una “Quinta  Mafia”o “ “mafia da contaminazione”, pronta a trasformarsi da soggetto dell’anti-stato a soggetto collaborante, grazie a figure deviate della economia e della classe dirigente.

Nessuno sembra crederlo, ma alcuni tra gli emergenti signori delle mafie, che abbondano di denaro, reinvestendo nel ciclo del cemento, nella gestione illegale dei rifiuti o in altre redditizie attività economiche, formalmente legali, è “gente de noantri”. Costoro stabiliscono se impegnarsi direttamente o farsi rappresentare nelle amministrazioni comunali, provinciali, nella Regione, nel Parlamento e nei luoghi dove si decide il destino dei più.

Tutti presenti nella Capitale. Puoi notare i mafiosi di “casa nostra” indaffarati e sorridenti in via Veneto a Roma, nella piazza del comune di Latina, nelle zone antistanti i porti di Anzio e Nettuno, nelle vie del centro  nelle piazze di Sabaudia, di San Felice Circeo, di Terracina, di Formia, di Ostia, di Civitavecchia o di Cassino ed a salire verso il profondo nord del Paese, intenti a decidere le strategie economiche e politiche finalizzate, sempre e comunque, al denaro e al potere.
I capi di questa quinta mafia sono  nati o da moltissimi anni residenti a Roma o nei centri del Lazio ed hanno appreso e messo in pratica nel tempo le strategie e i metodi dei vecchi boss giunti sulle terre degli antichi Latini sin dagli anni 70, chi al soggiorno obbligato, chi per fungere da ambasciatore delle cosche, come Frank Coppola e Pippo Calò, solo per citare i nomi dei due più famosi.
La quinta mafia è un mix esplosivo composto da colletti bianchi, faccendieri della politica, delinquenti comuni in carriera ed elementi di spicco delle mafie “tradizionali” che, da anni, sono presenti e operanti a Roma e nel Lazio e da qui al nord del Paese.

I boss di casa nostra sono specialisti nel reinvestire a Roma e nel resto d’Italia  i capitali sporchi delle famiglie della camorra, della mafia e della ’ndrangheta e quelli di provenienza autoctona. Le cosche laziali, con i cospicui denari accumulati, hanno cementificato, sin dai primi anni 70, gran  parte del litorale laziale facendo spuntare come funghi centinaia di centri commerciali in molte città della Regione.
Per avere un’idea di cosa sia successo basta percorrere le strade litoranee che, subito dopo il fiume Garigliano, da Marina di Minturno, al lido di Lavinio (Rm), a Torvaianica e Ostia, giungono a Civitavecchia o che dal confine con la Campania risalgono nel Cassinate e in gran parte della provincia di Frosinone.
Per comprendere come sia possibile realizzare grattacieli e centri commerciali che rimangono vuoti, è sufficiente fare un giro all’interno delle città che costeggiano la strada Pontina, da Latina ad Aprilia a Pomezia sino al quartiere “Spinaceto_Eur, alle porte di Roma.
Al momento, ad eccezione di poche a realtà associative, nessuno chiede di risalire all’origine dei capitali impiegati per costruire decine di migliaia di immobili, molti dei quali sono rimasti invenduti.

Ad oggi, nonostante la domanda sia inesistente, si continua a costruire e la magistratura locale si confronta con episodi strabilianti come quello di un pensionato a basso reddito di Casal di Principe ed una anziana signora di Aprilia (Lt) che acquistano, con alcuni milioni di euro, le quote societarie di un grattacielo in pieno centro a Latina.
C’era da aspettarselo. Le mafie come il cancro tendono ad invadere tessuti sani, sviluppando metastasi.
Roma e il Lazio, in particolare il sud della Regione, non dovevano avere come fronte contro la penetrazione dei “clan” il solo confine rappresentato dal fiume Garigliano: parte consistente di questi territori restano presidiati da poche decine di carabinieri e poliziotti .

In queste aree, esponenti dell’imprenditoria locale sono collusi con le cosche o ne sono parte costituente e hanno fatto della corruzione e del voto di scambio una sorta di modus operandi perpetuo e impunito. Il caso che ha riguardato le note vicende di Nettuno (Rm), il cui consiglio comunale fu sciolto per infiltrazione mafiosa, è solo la punta dell’iceberg.

L’ascesa dei boss senza lupara.

Le mafie autoctone laziali e quelle d’importazione, forti della capacità corruttrice dovuta alle ingenti quantità di ricchezze accumulate mediante il traffico degli stupefacenti, la tratta degli esseri umani, lo sviluppo della pratica dell’usura, della gestione del gioco d’azzardo e del riciclaggio del denaro sporco, hanno ben compreso come qualunque strategia di consolidamento criminale non poteva non passare per il centro politico ed economico del Paese: Roma. I boss senza coppola e lupara hanno sviluppato le loro innumerevoli attività criminali e di riciclaggio del denaro sporco nel nord d’Italia e in importanti Paesi europei ed extraeuropei, favorendo anche in altre realtà territoriali la nascita e lo sviluppo di mafie autoctone, capaci di collaborare con le mafie “storiche” e con le mafie straniere, in particolare con quella cinese e quella emergente russa.

È stato il caso, ad esempio, del supporto e della collaborazione, mai negata da alcuno dei clan mafiosi del sud d’Italia alla banda della Magliana e delle commistioni tra quest’ultima associazione criminale e pezzi dello Stato e della Chiesa cattolica .

La mafia sottovalutata.

Solo per citare un esempio recentissimo, tra i molti, si pensi al caso rivelatore del rapporto tra ’ndrangheta, triade cinese e quinta mafia che ha riguardato, in questi ultimi mesi, il traffico di merce contraffatta che, sbarcando nel porto di Gioia Tauro, invade i mercati d’Italia.
Nei mesi  passati, i Carabinieri di Reggio Calabria hanno arrestato 27 presunti esponenti della criminalità organizzata che controllavano importanti attività commerciali nel porto di Gioia Tauro . Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa, ma anche di importazione di ingenti quantità di prodotti cinesi con la complicità di società di import-export. Sono stati nel corso dell’operazione di polizia rinvenuti e sequestrati numerosi container di merce contraffatta, il cui valore ammontava  a decine di milioni di euro. La Dda di Reggio Calabria ha appurato che i proventi del traffico venivano riciclati in strutture immobiliari e attività alberghiere da società con sede a Sesto Fiorentino (Firenze) e da altre il cui patrimonio consiste, tra l’altro, in quote sociali di strutture  alberghiere  di Monte Porzio Catone in provincia di Roma. Il valore degli immobili sequestrati è stato valutato in circa 50 milioni di euro. Tra le persone arrestate dai Ros di Reggio Calabria figurano “personaggi” calabresi riconducibili alle cosche Molè e Piromalli, due cinesi, due romani e un cittadino di Segni (Roma). Nella vicenda è rimasto coinvolto un personaggio iscritto alla loggia massonica P2… come dire altro genere di “coppole”.
Il tutto a dimostrazione di come il crimine organizzato non ha barriere di tipo campanilistico e che rende di più alle mafie, comprese le autoctone, investire i proventi dei traffici illeciti in alberghi a Roma e nel Lazio o in Toscana, in Emilia Romagna e Lombardia piuttosto che a Mondragone, a Polistena  o a  Rosarno e che i vecchi concetti di cosche di tipo esclusivamente  o territoriale familiare sono in via di superamento.
Questa è la quinta mafia, negata o sottovalutata, anche sui territori della Capitale, ma capace e spietata, come ha dimostrato l’esito del recente processo “Anni Novanta” al ramo laziale dei casalesi e della mafia pontina conclusosi , innanzi la Corte d’assise del tribunale di Latina e che è costato l’ergastolo a boss locali e alla primula rossa della camorra casertana Michele Zagaria .
L’ala militare della quinta mafia dai primi anni 80 si è resa responsabile di decine e decine di omicidi consumati tra Minturno e Roma, di centinaia di attentati incendiari e dinamitardi commessi per controllare il territorio, per facilitare i propri traffici criminali, per ridurre all’impotenza o convincere alla collaborazione la delinquenza comune locale.

Già Schiavone parlò.

Questa tesi, oltre ai primi riscontri investigativi e processuali, è stata avvalorata, sin dal 1996, dal pentito Carmine Schiavone, ex cassiere del clan dei casalesi, che svelò i rapporti tra cosche campane, calabresi e criminalità politica ed economica locale nel settore dello smaltimento dei rifiuti tossici, nel settore degli appalti pubblici, nel ciclo del cemento e nel controllo del traffico degli stupefacenti. Sempre Carmine Schiavone confessò che i clan tenevano a registro paga, sin dagli anni 80, da Minturno a Sabaudia e da qui a Roma, ben 60 “soldati”, pagati 3 milioni al mese di vecchie lire ciascuno per controllare questa vasta area del Lazio. Tra gli omicidi eccellenti commessi da quei soldati di mafia, seppur nessun processo è mai stato avviato, è da annoverare quello di don Cesare Boschin, parroco di un piccolo borgo a metà strada tra Roma e Latina, avvenuto nella notte tra il 29 marzo e il 30 marzo 1995.
Don Boschin, a difesa del suo popolo, si era opposto a che i rifiuti tossici venissero interrati nella discarica comunale di Latina. Dopo l’omicidio, come è solito avvenire nelle vicende di mafia, si gettò una valanga di fango sulla figura e sulla vita di don Cesare. E che all’epoca fossero stati interrati rifiuti tossici in quantità industriale, lo dimostra il rinvenimento di innumerevoli sacchi contenenti residui  delle vecchie banconote in  lire, avvenuto nel 2003 in un terreno confiscato alla camorra. Il terreno è ubicato tra i Comuni di Cisterna di Latina e Nettuno(Rm). Anche per questo crimine ambientale, consumato alle porte della Capitale e rimasto privo di colpevoli, nessuno si è mai chiesto come queste banconote da smaltire, siano potute uscire dal controllo della Banca d’Italia e finire nelle discariche abusive della mafia. Molti esponenti politici mostrano meraviglia del sequestro e della confisca di beni immobili di prestigio nel centro di Roma, come nel caso del Café de Paris e non del fatto che, solo negli ultimi anni sono stati sequestrati ai clan autoctoni e d’importazione nel Lazio beni immobili per centinaia di milioni di euro. Cifra quest’ultima lontanissima dall’effettiva consistenza degli investimenti dei boss nella Capitale e nel resto della Regione.
 

Se l’anti-stato collabora con pezzi di Stato.

Nelle terre dove sbarcò Enea, si sperimenta l’ennesima trasformazione delle mafie da soggetto dell’anti-stato a soggetto collaborante , inclusivo e culturalmente dominante.
Nel Lazio, cosi come nel resto del Paese, la battaglia per contenere lo sviluppo delle mafie è in corso. Polizie e Magistratura lavorano, non tutti con lo stesso impegno e liberi da condizionamenti.  Manca certamente l’impegno costante anche della parte sana della politica e c’è ne da destra a sinistra, dell’imprenditoria non contaminata dai clan ed è carente quello dei cittadini. Abbiamo bisogno di uno strumento di partecipazione attiva alla lotta che ci compete come donne e uomini liberi e consapevoli del gran bisogno di democrazia e di impegno che richiede il mantenimento e la conquista dei diritti. Il diritto a vivere in un Paese libero dalle mafie e dalla corruzione. Un Paese che dia opportunità a chi non ne ha e faccia conflitto culturale contro chi non ci rende Cittadini e ci vuole sudditi.

Antonio Turri
Presidente
Nato a Latina l'11 Aprile del 1955. Laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Fino al 2010 è stato nella Polizia di Stato ricoprendo principalmente ruoli a carattere investigativo. È dall'Ottobre 2002 iscritto all'ordine dei giornalisti di Roma ed ha fondato insieme a giovani collaboratori il portale online "I Cittadini".


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